Quale valore diamo a noi stessi?

Quale valore diamo a noi stessi

Questo è un quesito che mi pongo spesso sulla qualità del valore 🥇🥈🥉 che do  a me stessa, nel rispetto degli equilibri ⚖️ nella gestione dell’importanza personale.
Condivido con voi ciò che è frutto della mia formazione e della esperienza personale.

   Quando nasciamo cominciamo ad assumere un’identità con un nome e un corpo ereditato dal nostro albero genealogico, all’interno di un sistema familiare che:

  • poi diventa anche scolastico, sociale, lavorativo;
  • comprende sistemi di valori ufficialmente accettati come veri e giusti, tra cui anche quelli religiosi/spirituali e laici.

   Man mano si delinea un’identità rappresentata dall’immagine di una personalità fatta da pensieri, emozioni, valori e capacità/talenti che si forma di pari passo a uno o più ruoli in cui essa si riversa.

   Così ricopriamo una figura specifica all’interno della famiglia e diventiamo professionisti in qualche ambito e, se ci va bene, sarà un qualcosa che ci appassiona davvero e ci gratifica senza forzature.

   Fin da piccoli ci viene insegnato cosa è lecito, cosa no; cosa è giusto, cosa no; chi essere, cosa fare, dove, come, quando e perché.

   Ci viene infuso un determinato senso del dovere e valori che forgiano le nostre convinzioni di cui solo una minima parte (è notoriamente riconosciuto) è frutto della nostra capacità di comprensione e discernimento e quindi della nostra consapevolezza.

   Per non parlare del fatto che la qualità del nostro sistema di giustizia è governato troppo spesso dalla quantità di una convenienza piuttosto che dalla lucida volontà di preservare un equilibrio tra le parti.

   Oltre alla percezione di noi stessi quindi, anche la nostra percezione dell’eticamente corretto viene diretta in vista del mantenimento di un ordine che se non si rinnova, è costretto a ristagnare o a collassare prima o poi su se stesso. 

Quale valore diamo a chi siamo prima ancora di quello che facciamo?

   Capita sovente che l’identità si “fondi” col ruolo professionale, col ruolo svolto all’interno della famiglia, quello ricoperto in società e anche nell’ambito della ricerca spirituale!
Finché si tratta di un ruolo che amiamo va tutto bene.

   Purtroppo però non di rado si vedono individui frustrati perché all’interno della famiglia si sentono ingabbiati in ruoli sotto valori per loro limitanti e che non gli corrispondono;
oppure individui che, dopo aver lavorato per una vita ed essersi quasi del tutto identificati con la propria attività, nel momento in cui vanno in pensione si ammalano di depressione o addirittura muoiono di infarto.

   Lo so perché l’ho studiato ma soprattutto l’ho visto accadere nella mia famiglia.

   Questo accade perché essi sentono essere venuto meno anche il proprio senso di esistenza, a maggior ragione se non hanno mai coltivato delle passioni e non hanno mantenuta viva una curiosità che gli fosse di stimolo.

   Ecco quindi che il “chi siamo” può anche essere adombrato se non annullato dal “cosa facciamo” e che quello che facciamo si trova a essere difeso da aspettative e dinamiche non nostre.

   Non voglio dire che nei nostri sistemi sia tutto sbagliato.

  È una questione di equilibrio che però fatica a essere di qualità perché arbitrario e ad appannaggio di pochi, tanto che l’andare controcorrente eventualmente richiesto dalla nostra coscienza e consapevolezza può essere etichettato come impossibile, sciocco, addirittura poco etico, sbagliato.

   Quale valore diamo al nostro essere più autentico quando ci dice di “NO”?

   E quando sentiamo che in noi c’è molta più verità, la nostra, del volto e dei ruoli vestiti?
   Che in noi c’è una miniera illimitata fatta di ricchezze naturali?
   Quando ci svegliamo dalla “normalità” e dalle abitudini dal “è sempre stato così”?

   Perché prima o poi questo accade.

   Quale valore ci diamo quando ci spogliamo di tutto e alla fine restiamo nudi?
   Ciò che rimane è il nucleo della nostra consapevolezza e capiamo che è davvero nostro, quando gli accadimenti ci tolgono tutto ciò di cui non abbiamo più necessità, lasciando intatto solo ciò che quel nucleo ha riconosciuto e accettato come vero e che quindi è parte della sua autenticità.

Derea

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